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Festa dell’Unità. Calenda conferma l’addio al Pd. De Micheli: Carlo, ripensaci, dobbiamo restare uniti

Alla Festa nazionale dell’Unità di Ravenna, ieri sera, 30 agosto, di fronte a una platea gremita, è andato in scena uno psicodramma più che un incontro politico. Stiamo parlando del confronto moderato da Marco Damilano fra l’ex Ministro Carlo Calenda, eurodeputato che nella nostra Circoscrizione ha preso ben 275 mila preferenze nelle recenti elezioni europee, e la vice segretaria nazionale del Pd Paola De Micheli.

CARLO CALENDA
Carlo Calenda che aveva già annunciato la sua uscita dal Pd dopo il tentativo di costituire un governo giallo-rosso con il M5S, ha confermato l’addio, portando bordate di critiche a tratti durissime al gruppo dirigente del partito, ma “salvando” Nicola Zingaretti, che – dice Calenda – ha il compito difficilissimo di tenere unito il PD ed è dovuto scendere a compromesso con i renziani e con i gruppi parlamentari (a guida renziana) “che sono un altro partito”. Al punto che secondo Calenda presto, “dopo che il nuovo governo avrà sterilizzato l’aumento dell’Iva”, Renzi dirà che il governo M5S-Pd non è il governo che voleva lui e “separerà i suoi gruppi parlamentari da quelli del Pd”. Calenda è pronto a scommettere su questo esito.

Calenda ha accusato il gruppo dirigente del Pd di avere votato una mozione unitaria che diceva “mai con il M5S, in caso di crisi si vada alle elezioni” il 26 luglio e di essersi rimangiato tutto appena pochi giorni dopo, sotto l’incalzare di Renzi e dei renziani. Quelli del mai con i Cinque Stelle, che poi hanno cambiato idea e non si capisce bene perchè, dice Calenda. Perchè per lui, è chiaro, i Cinque Stelle sono antidemocratici, cialtroni, inaffidabili. Quel mai per lui resta mai.

Sostiene che il tentativo in atto non ha una motivazione forte, è solo un riflesso condizionato della paura che attanaglia il Pd: paura di perdere le elezioni e di consegnare il paese a Salvini. Ma non si fa un governo sulla paura di un pericolo né si sconfiggono populismo e sovranismo con un governo M5S-Pd fondato sulla paura di Salvini, ha detto Calenda, per il quale questo fenomeno di destra è di portata europea ed epocale e si dovrà combattere con una battaglia di lunga durata, “una battaglia che durerà vent’anni”. Il Pd doveva attrezzarsi per questa battaglia. Poteva perdere anche le prossime elezioni – e non era detto – ma doveva rafforzarsi per vincere la battaglia finale. Invece ha avuto paura e fa un accordo in cui si rimangia non solo ciò che aveva detto fino a ieri ma anche i suoi valori. Un accordo che secondo lui minerà la credibilità del Pd e avrà effetti devastanti.

È apocalittico Calenda e urla invano ai suoi compagni di avventura di fermarsi, di ripensarci, di non fare il governo giallo-rosso. Parla di grande giravolta e di operazione trasformistica. Attacca frontalmente Giuseppe Conte (campione del trasformismo italiano), Luigi Di Maio, la piattaforma Rousseau. Ribadisce che è entrato nel Pd considerandolo come il baluardo contro populismo e sovranismo. Non dice che farà un suo partito ma sostiene che continuerà la sua battaglia fuori dal Pd, se il Pd non vuole fare la battaglia che lui ritiene fondamentale. Ribadisce che quella degli iscritti, dei militanti e degli elettori del Pd resta la sua comunità e che da quella comunità non se ne andrà. Anzi è pronto a tornare in qualsiasi momento per combattere insieme. “Non farò mai niente contro di voi, sono sempre pronto a riabbracciarvi, ma vi riabbraccerò quando deciderete di combattere” ha detto l’ex Ministro.

E dà appuntamento per le elezioni dell’Emilia-Romagna: dice che si possono vincere insieme, con il centrosinistra unito. Altro che con un accordo con il M5S come ha ventilato il Presidente della Regione Stefano Bonaccini.

Festa dell'Unità

PAOLA DE MICHELI
La vice di Zingaretti mostra di essere una buona incassatrice e risponde alle bordate di Calenda, punto su punto. Usa un linguaggio più morbido e meno aggressivo, meno machista di quello di Calenda e degli altri protagonisti della crisi – quasi tutta interpretata da volti maschili e declinata con parole, appunto, da club dei maschi – e soprattutto misura le parole e mostra cautela. Cerca di trattare tutta questa materia difficile, spinosa, lacerante per la sua comunità politica con grande delicatezza, cercando di argomentare, smussare, arrotondare gli spigoli.

Motiva il cambiamento del Pd dal mai con il M5S al tentativo di un governo giallo-rosso con la crisi del paese e con la necessità di avere senso di responsabilità verso l’Italia. Oltre che con la necessità di verificare la bontà dell’apertura dei grillini. Verificare cioè la possibilità di fare una cosa seria, un governo che duri fino alla fine della legislatura e che faccia le cose che servono agli italiani. E ricorda che intanto un primo risultato è già stato ottenuto: Matteo Salvini non è più Ministro dell’Interno.

Risponde a Calenda sulla paura: “No, non abbiamo paura del voto e non abbiamo paura di perdere, e non escludo che alla fine si vada al voto, non è per la paura che proviamo a fare questo governo” ha detto, aggiungendo: “Nelle ultime settimane sono caduti nel Pd i veti sul dialogo con il M5S” e dunque – anche se in condizioni più difficili rispetto al 4 marzo “si sono create le condizioni per provare un dialogo di ampio respiro” e non solo per formare un governo. Respinge le accuse di trasformismo, dice che è in atto un tentativo serio di dialogo fra forze molto diverse, condizione necessaria per il bene del paese.

Stigmatizza gli ultimatum di giornata di Luigi di Maio ma senza alzare i toni. Ribadisce le posizioni del partito sul programma, su Conte, sulla composizione del governo. Lascia trasparire tutta la preoccupazione del momento. Non dà affatto per scontato il governo giallo-rosso, il passaggio è molto difficile. Glissa su Renzi e tesse invece le lodi di Nicola Zingaretti, la sua grande pazienza, “la forza morale straordinaria”. “Non c’è mai stato un momento in cui Zingaretti abbia detto – precisa De Micheli – lo facciamo perchè altrimenti perdiamo le elezioni. Lui sta facendo di tutto per tenere unito il nostro partito che è baluardo della nostra democrazia e per dare uno sbocco alla crisi”.

Parla dei dubbi, dei tanti dubbi che sono nella testa di tutti. E non esclude che si stia compiendo un errore, ma in definitiva, al di là di tutti i dubbi, lei crede che bisogna provarci. E chiede a Calenda di restare nel Pd, lo fa in modo accorato. “Abbiamo bisogno di te, delle tue idee, dei tuoi stimoli. Dobbiamo restare uniti” dice. E poi c’è l’altro appello “a cuore aperto” agli iscritti, ai militanti, agli elettori: ” State vicini a noi, aiutateci, ne abbiamo bisogno, perchè sarà durissima. Sia se faremo il governo. Sia se si andrà alle elezioni.”

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