Matteo Cavezzali e “Nero d’Inferno”: la storia di Mario Buda, un anarchico bombarolo che attaccò l’America ma fu salvato dal Duce

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C’è attesa per l’opera seconda di Matteo Cavezzali, dopo il brillante esordio con “Icarus. Ascesa e caduta di Raul Gardini” (Minimum fax, 2018), con cui ha vinto il Premio Volponi Opera Prima/Premio Stefano Tassinari 2019. Cavezzali torna nelle librerie il 10 settembre con un nuovo romanzo, “Nero d’inferno“, edito questa volta da Mondadori e anche in questa occasione parte da una vicenda “vera”, quella dell’anarchico Mario Buda, romagnolo, che inventò il terrorismo da lupo solitario, oggi terribilmente familiare, facendo saltare una bomba nientemeno che a Wall Street, un botto terribile che provocò decine di morti e feriti. Era il 1920, quasi 100 anni fa. L’appuntamento con il libro è il 10 nelle librerie ma già giovedì 12 settembre, alle ore 21.00, al Bagno Hana-Bi di Marina di Ravenna è in programma la prima presentazione di “Nero d’Inferno”.

L’INTERVISTA

Matteo Cavezzali, qual è il punto di partenza del suo nuovo romanzo?

“Anche questa volta racconto una storia vera, quella di un romagnolo, che è considerato il primo terrorista moderno. Ho scoperto questa figura per caso e subito mi ha appassionato, perché in pochi sanno che il terrorismo come lo conosciamo oggi, quello che punta a creare il panico fra la popolazione, è sorto per colpa di questo romagnolo che si chiamava Mario Buda, nato a Savignano sul Rubicone, emigrato in America, che nel 1920 mise la prima autobomba della storia, possiamo definirla così, proprio a Wall Street, nel cuore di New York, e fece una strage.”

Fu un attentato anarchico, di stampo anti-capitalistico?

“Esatto. Buda era emigrato in America dalla Romagna, era sbarcato a Ellis Island nel 1907 a 23 anni. Nel nuovo mondo vive una serie di traversie personali, le difficoltà e gli stenti tipici degli immigrati, è vittima di episodi di razzismo, non riesce ad integrarsi. Sono gli anni in cui contro gli italiani si scatena un clima di intolleranza. Il governo americano approva le prime leggi contro gli immigrati, iniziano i rimpatri forzati. Buda si avvicina così al movimento dell’anarchico Luigi Galleani, impara che bisogna dire basta allo sfruttamento, al capitalismo, al razzismo. Costi quel che costi. Di giorno lavora in fabbrica, la sera commercia illegalmente whiskey nella New York del proibizionismo. Nel clima caldo di quegli anni militano nello stesso movimento anche Sacco e Vanzetti che sono arrestati e condannati a morte per un crimine non commesso. Mario Buda, ribattezzato Mike Boda, invece, decide di vendicare gli italiani oppressi e orchestra pochi giorni dopo l’attentato più terrificante che l’America avesse mai subìto prima: una bomba a Wall Street.”

Come mai non si sa nulla di questo terrorista italiano?

“Infatti, è strano. Non se ne sa nulla soprattutto in Italia. E dire che a questo tipo di terrorismo da lui inventato si sono ispirati quelli che sono venuti dopo, dai palestinesi fino agli affiliati all’Isis. In America “Boda’s Bomb” è diventato sinonimo di autobomba, e per le imprese di Mike Boda è stata scritta la prima legge antiterrorismo del mondo, eppure nessuno ne parla. Lui è stato un modello, anche sul piano tecnico. Perché a quell’attentato ne fanno da corollario altri, nel corso di una vita circondata dal mistero.”

Ma alla fine Mario Buda viene beccato oppure no?

“Una delle cose più interessanti è che non riuscirono mai a prenderlo. Lui si rifugiò prima in Messico e dopo alcuni anni tornò in Romagna dove ricominciò a fare il calzolaio, come faceva da ragazzo. Viveva camuffandosi nelle nostre campagne e nella tranquilla vita delle nostre comunità.”

A questo punto siamo sotto il fascismo.

“Sì.”

La vicenda è intrigante anche perché c’è un richiamo e un rimando continuo alle vicende contemporanee, all’attualità e alla cronaca di ogni giorno…

“Indubbiamente è così. Chiaramente il nostro punto di vista oggi è ribaltato. Non siamo più noi a lasciare l’Italia. Ma ricordare che cosa siamo stati e cosa hanno subito i nostri emigrati all’estero dovrebbe servire anche a farci riflettere sul presente e sulla realtà dei migranti oggi nel nostro paese.”

Torniamo al protagonista, Mario Buda. Era sposato, aveva una famiglia, dal punto di vista umano che tipo era, che personaggio è?

“Lui era un lupo solitario. Ha avuto una serie di relazioni con donne che io ricostruisco, ha avuto amici con cui poi ha litigato in modo molto duro. Ma la cosa più interessante è che ha cambiato volto e personalità più volte. A seconda del momento e di chi lo ha conosciuto poteva sembrare persone anche molte diverse fra loro.”

Cioè?

“Fu mandato al confino, partecipò in maniera rocambolesca a un tentativo di organizzare un attentato al Duce mentre era a Parigi. Per un certo periodo fu un eroe del movimento anarchico e poi invece fu ripudiato. Oltre agli attentati saltano fuori altre cose, a dipingere un quadro molto ambiguo di questo personaggio. Certo è che per la polizia del regime lui era schedato come elemento anarchico e antifascista e come tale messo al bando. Allo stesso tempo era stato salvato dal trasferimento in un carcere negli Stati Uniti proprio dal Regime e da Mussolini, che non avevano consentito agli americani di arrestarlo e di portarlo negli Usa.”

Quando morì Mario Buda?

“Negli anni ’60 quando era molto anziano. Sono stato a Savignano e molti vecchi se lo ricordano. Naturalmente il loro ricordo era molto diverso da quello degli americani e dalla figura terrorista Mike Boda. Come ho detto, dopo una vita burrascosa era tornato a fare il calzolaio.”

Dal punto di vista della narrazione c’è lo stesso stile che abbiamo visto in Icarus, con appunti anche di vita di Matteo Cavezzali a fare da contrappunto alla storia di Raul Gardini e dell’Impero Ferruzzi e con una ricostruzione a più voci, quasi investigativa?

“Anche questa volta c’è un io narrante che ripercorre il dietro le quinte, che racconta la ricostruzione della storia e poi, ad un certo punto, sono i personaggi a prendere il sopravvento, a prendere la parola. Buda viene raccontato attraverso le voci di quelli che lo hanno conosciuto e che sembrano parlare, ogni volta, di una persona diversa. Sono gli amici devoti, i parenti traditi, i poliziotti che gli sono stati alle calcagna, i compagni di militanza, gli avversari, le donne che lo hanno amato.”

Da Minimum fax a Mondadori, un bel salto di qualità.

“Sì, è stata una bella sorpresa. A Mondadori era piaciuto Icarus e mi hanno contattato. Io avevo già la prima parte del nuovo libro e gliel’ho mandata. Loro si sono subito entusiasmati e ora siamo qui, al libro in uscita.”

MARIO BUDA, LA BIOGRAFIA ESTRATTA DA WIKIPEDIA

Emigra negli Stati Uniti a 23 anni, nel 1907. Svolge innumerevoli lavori: giardiniere, operaio in una ditta telefonica, muratore, operaio in una fabbrica di cappelli a Roxbury (un quartiere di Boston). Si appassiona poi al mestiere di calzolaio e artigiano della scarpa. Ha già abbracciato l’anarchismo e non rinuncia a professare le sue idee anche nel Paese che lo ospita, al punto che viene accostato al gruppo di Sacco e Vanzetti. Diventa un membro del gruppo dell’anarchico di Luigi Galleani. Nel 1917 è imputato di un attentato all’ufficio di polizia di Milwaukee.

Quando poi l’11 settembre 1920 Sacco e Vanzetti vengono incriminati per la sanguinosa rapina di South Braintree, il clima, già surriscaldato dalla promulgazione di dure leggi d’espulsione per gli anarchici, a dir poco s’incendia. Cinque giorni dopo, il 16 settembre, Buda percorre Wall Street con il suo carretto trainato da un cavallo e si ferma tra la sede della banca “Morgan & Stanley” e la Borsa valori. A mezzogiorno il carretto esplode fragorosamente: un comando a distanza provoca la deflagrazione del materiale esplosivo di cui è carico, inoltre migliaia di chiodi vengono sparati in tutte le direzioni. La sede della banca viene distrutta, così come molti altri edifici circostanti. Rimangono uccise 33 persone e altre duecento vengono ferite. I danni materiali ammontano a 2 milioni di dollari dell’epoca.

L’attentato di Wall Street va in prima pagina su tutti i giornali statunitensi: il New York Times del 17 settembre titola: “Un atto di guerra”. Partono subito le indagini a livello federale: l’FBI individua Buda come unico responsabile della strage. Viene incriminato in base alla testimonianza del fabbro ferraio che gli aveva affittato il cavallo poi usato per trainare il carro esplosivo. Quando cominciano le sue ricerche, però, Buda è già scappato in Messico, dove si rivolterà con più di cinquanta uomini contro il governo messicano, da cui rientra poi in Italia, nella natìa Savignano.

Nel 1927 viene comunque arrestato dalle forze dell’ordine italiane per attività sovversiva; viene spedito al confino, prima sull’isola siciliana di Lipari, poi dal 1932 su quella di Ponza, al centro del mar Tirreno. Qui l’accusa viene modificata in “servizi di spionaggio tra gli anarchici rifugiati in Svizzera”. È un espediente per coprirlo, in quanto Buda, dopo il rientro in patria, non si è mai mosso da Savignano, dove ha continuato ad occuparsi della produzione e vendita di scarpe. Inoltre, a partire dal 1933, Buda diviene una spia dell’Ovra, per la quale compie anche un paio di missioni tra gli esuli antifascisti in Francia. Muore a Savignano nel 1963. Mario Buda ha negato fino alla morte la propria colpevolezza in merito all’attentato di Wall Street. D’altra parte lo stesso Bureau of Investigation (la polizia giudiziaria Usa) non riuscì, all’epoca dei fatti, a individuare i colpevoli della strage.

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