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Scarsità d’acqua e danno per l’agricoltura? Di acqua ne buttiamo letteralmente a fiumi

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In un articolo pubblicato il 26 agosto, la Confederazione Italiana Agricoltori Romagna, nella persona di Danilo Misirocchi, lamenta siccità e scarsità d’acqua con grave danno per l’agricoltura.

Vorrei segnalare che descrive una realtà non vera. Il nostro territorio ha abbondanza di acqua corrente che viene sistematicamente sprecata, pertanto la condizione di scarsità d’acqua a fine agricoli è frutto di una scelta politica e non del fato.
Il volume di acqua prelevato quest’anno dal canale dal Cer, che trasporta risorsa idrica dal Ferrarese a Rimini lungo un tracciato di 135 chilometri, per l’irrigazione nella Romagna Occidentale al 30 giugno 2021 è di circa 30.500.000 metri cubi (a pari periodo, nel 2020 sono stati circa 30.700.000 metri cubi).

Nello stesso periodo il solo nostro depuratore di Santa Giustina ha versato in mare oltre 9 milioni di metri cubi di acqua un terzo di quanto distribuito dal CER in tutta la Romagna occidentale, con grave impoverimento idrico del PO.

Alla luce di tanto spreco di risorsa idrica risulta quantomai incomprensibile l’ostinazione di chiedere e proporre di riempire il territorio di invasi e sbarramenti come soluzione all’emergenza idrica agricola per diverse ragioni:
-dai piani regionali è proibito realizzare invasi e prelievi da falda se prima non si recuperano le acque di depurazione, e il depuratore riminese è uno di quelli idonei;
-un terzo delle nostre bollette idriche sono gravati da costi di depurazione; che senso ha poi gettare questa acqua che potrebbe essere facilmente resa disponibile per l’agricoltura;
-in estate con la presenza di milioni di turisti, quando la siccità si fa più sentire, è maggiore la produzione di acqua depurata;
-con pochissimo investimento quest’acqua potrebbe essere subito disponibile. E’ sufficiente trasportarla fino alla traversa Verucchio e versarla nei laghetti presenti e da lì nella rete consortile già presente, salvaguardando in questo modo il deflusso del fiume Marecchia e permettendo un naturale rimpinguamento della falda della conoide;
-l’acqua depurata, anche fosse distillata, versata in mare in estate scade le acque di balneazione con gravi conseguenze per gli organismi bentonici. Il riuso per fini agricoli permette di rimetterla correttamente nel ciclo ambientale;
-è sempre disponibile ed è corrente, non stagnate.
-è un moltiplicatore di risorsa disponibile e non un ulteriore prelievo dall’ambiente già gravemente compromesso e impoverito.

Si potrebbe poi proseguire a lungo citando subsidenza, l’insinuarsi del cuneo salino nella conoide e la compromessa biocenosi del fiumi riminesi ma la domanda che ci si dovrebbe fare è questa.

Perché si continua ad ignorare questa buona pratica, a Rimini prevista già dagli anni ‘70 e mai realizzate, a favore di soluzioni molto più costose e impattanti sull’ambiente è non più sostenibili? Perché proprio le categoria che rappresentano gli agricoltori continuano a sostenere soluzioni che spesso condannano i propri iscritti alla marginalità economica e alla speranza in sussidi e risarcimenti e ignorano pratiche che renderebbero l’agricoltura florida senza depredare ogni goccia residua di acqua dall’ambiente?

Di acqua ne abbiamo in abbondanza tanto che ne buttiamo letteralmente a fiumi. Perché urliamo che invece non c’è?
Ivan Innocenti, ambientalista

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