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ROMAGNA E ROMAGNOLI NEL MONDO / 45 / Severoli, Armandi e Morri, tre faentini in Europa con le armate di Napoleone

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Antonio Mambelli, in I romagnoli nelle armate napoleoniche pubblicato nel 1969, affermava che i soldati napoleonici non erano stati considerati appartenenti all’epopea nazionale e perciò non erano stati celebrati, se non in rari casi, nelle lapidi e nei libri accanto ai nomi dei combattenti, dei caduti e dei martiri del Risorgimento. Eppure tutte le regioni italiane hanno offerto un grande contributo di uomini alle campagne napoleoniche. Per la Romagna, i dati raccolti da Mambelli (forse stimati per difetto) parlano di 250 ufficiali e guardie d’onore, 115 sottufficiali, 2.000 veliti, graduati e soldati. Di questi, «328 morirono per causa di guerra, sul campo o negli ospedali; 147 restarono mutilati, invalidi o comunque feriti o riformati; 26 ottennero gli ordini della Legion d’Onore e della Corona Ferrea». Tra i combattenti romagnoli c’erano rappresentanti di tutte le classi sociali, dal contadino al nobile.

Soldati napoleonici

Italiani nelle armate napoleoniche

Tra i romagnoli che parteciparono alle campagne napoleoniche troviamo il nobile cesenate Eduardo Fabbri (addetto al Ministero della Guerra a Milano, viceprefetto di Cesena durante il Regno, presidente del Consiglio dei Ministri nel luglio 1848); il geografo lughese Agostino Codazzi (a cui abbiamo dedicato un numero della nostra rubrica); i riminesi Alessandro Belmonte Cima (membro dell’Amministrazione centrale dell’Emilia e del Corpo legislativo; nel 1831 membro del Governo provvisorio di Rimini) e Gian Maria Belmonte Stitivi (che il 6 febbraio 1797 ospitò nel suo palazzo di Rimini il generale Bonaparte); il forlivese Luigi Montallegri (condannato alla detenzione perpetua nel 1825 dal cardinale Rivarola, liberato dai rivoluzionari nel 1831, poi esule in Francia); il ravennate Gaetano Rambelli (impiccato nel 1828 per l’uccisione del direttore della polizia provinciale di Ravenna, avvenuta nel 1824); il bagnacavallese Francesco Berti (fucilato con i fratelli Bandiera nel Vallone di Rovito in Calabria il 25 luglio 1844); i faentini Giuseppe Sercognani, che si arruolò a 16 anni e combatté nelle fila napoleoniche in Italia, Austria e Spagna, e Sebastiano Montallegri (che era nato a Forlì), che partecipò alla campagna di Russia del 1812 e che poi combatté a Lipsia, dove rimase ferito e fu decorato, e in seguito si arruolò nella Legione Straniera francese combattendo in Algeria e in Spagna.

Ma fermiamo l’attenzione su tre personaggi. Se andrete a Parigi, non mancate di sostare davanti all’Arco di Trionfo dell’Étoile: qui sono incisi i cognomi di 660 personalità che hanno contribuito a realizzare l’impero napoleonico. Nella trentaseiesima colonna dell’epigrafe si legge: Severoli. Si tratta di Filippo Severoli, di nobile famiglia, nato a Faenza il 16 novembre 1762.

Filippo Severoli

Filippo Severoli

Aderì agli ideali della Rivoluzione francese e con l’arrivo dei francesi in Italia fece parte del governo provvisorio delle Romagne. Nel 1797 si arruolò nell’esercito francese divenendo capo battaglione, l’anno successivo capo brigata e nel 1800 generale di brigata: con questo grado prese parte alla seconda campagna d’Italia. Nel 1806 contribuì alla conquista del Regno di Napoli e fu nominato commendatore della Corona Ferrea. Nel 1807 era in Prussia; nell’ottobre dello stesso anno diventò generale di divisione. Nel 1809, dopo aver combattuto a Sacile, fu in Ungheria alla battaglia di Raab e all’assedio di Pressburg (l’odierna Bratislava). Gli venne conferita la Legion d’onore e fu nominato conte dell’Impero. Nel 1811 era in Spagna, dove partecipò all’assedio di Hostalric, vicino a Tarragona, e nell’anno successivo all’assedio di Valencia. Nel gennaio 1814 fu incaricato della difesa di Piacenza e occupò Parma; in marzo si scontrò presso Reggio Emilia con le truppe di Gioacchino Murat, che nel frattempo si era accordato con gli austriaci. Dopo la caduta di Napoleone, nel 1815, si stabilì a Milano e, come altri ufficiali napoleonici, accettò di entrare nell’esercito austriaco, dove ebbe il grado di tenente maresciallo. Nel 1820 fu comandante della fortezza di Piacenza, carica che tenne fino al 1822, anno della morte, avvenuta il 16 ottobre a Fusignano.

Esercito di Napoleone

Un altro faentino si distinse nell’esercito napoleonico: Pier Damiano Armandi, nato il 22 febbraio 1778 dal fusignanese Cesare, governatore pontificio. Gli Armandi sostenevano di discendere da un Armand francese che nel 1512 aveva partecipato alla battaglia di Ravenna ed era poi rimasto in Romagna. Nell’ottobre 1798 Pier Damiano entrò alla scuola militare di Modena, il 1° maggio 1799 fu promosso tenente d’artiglieria in seconda e combatté con i francesi contro gli austriaci a Genova; l’anno successivo partecipò alla presa di Savona. Nel 1804 fu promosso capitano, nel 1806 capo di battaglione alla guarnigione di Brescia. Nel 1809 prese parte alla battaglia di Wagram, e fu decorato con la croce della Legion d’Onore; fu poi mandato in Tirolo, alla testa di duemila granatieri, per sottomettere le popolazioni locali. Nel maggio 1813 fu alla battaglia di Königswartha, poi in quella di Bautzen, dove fu uno degli artefici della vittoria e venne promosso colonnello e direttore dell’Artiglieria d’Italia. In autunno partecipò alle battaglie di Interbock, Dennewitz, Wartenburg, Lipsia e Hanau, e fu nominato cavaliere della Corona di Ferro.

Wagram

La battaglia di Wagram

Ma la parabola napoleonica volgeva al declino. Nel dicembre 1813 Murat, che aveva stretto accordi con l’Austria, inviò truppe napoletane a Venezia, che Armandi intercettò a Forlì. L’anno successivo, quando Murat propugnò l’indipendenza d’Italia, Armandi si arruolò con lui. L’avventura di Murat terminò tragicamente e Armandi, con altri ufficiali, riuscì a fuggire raggiungendo Marsiglia, dove rimase fino alla disfatta di Napoleone, per poi rifugiarsi in Svizzera. Dopo la restaurazione, nell’estate del 1816 gli fu consentito di tornare nella sua casa di Fusignano. Ma i rapporti con i Bonaparte non erano conclusi: nel 1821 fu chiamato da Luigi, fratello di Napoleone e già re d’Olanda, come precettore dei propri figli. Con la famiglia di Bonaparte passò tre anni; poi fu amministratore al servizio di un altro fratello dell’imperatore, Girolamo, già re di Westfalia, e infine amministrò i beni posseduti nella provincia di Ancona da Ortensia de Beauharnais, moglie di Luigi Bonaparte. Quando nel gennaio 1831 la Romagna, Pesaro e l’Umbria si sollevarono contro il governo pontificio, Pier Damiano fu nominato generale di brigata e comandante del presidio di Ancona, poi ministro della guerra e della marina delle Provincie unite dell’Emilia e della Romagna. Ma Bologna fu ripresa dagli austriaci il 20 marzo e Ancona si arrese il 26. Pier Damiano andò in esilio prima a Corfù, poi a Ginevra e infine a Parigi, dove si sposò e divenne precettore dei figli di un pari di Francia. In quegli anni scrisse la sua opera più famosa, Histoire militaire des éléphants, pubblicata nel 1843.

Manoscritto

Una lettera autografa di Pier Damiano Armandi

Il Risorgimento era alle porte: nel 1848 Armandi fu a Venezia come soprintendente della guerra, ma l’anno successivo la città era di nuovo in mano agli austriaci. Pier Damiano tornò a Fusignano. Nel dicembre dello stesso anno, il suo antico allievo Carlo Luigi Bonaparte fu eletto presidente della Repubblica Francese, così nel 1851 fu chiamato a Parigi. Il 2 dicembre 1851 Bonaparte attuò un colpo di stato e l’anno successivo, il 2 dicembre 1852, divenne imperatore dei francesi con il nome di Napoleone III. Armandi fu nominato commendatore della Legion d’Onore e bibliotecario imperiale a Saint-Cloud. Nel maggio 1852 scriveva scherzosamente: «dal Senio alla Senna la differenza, in fondo, è di qualche lettera». Non tornò più sulla riva del Senio a Fusignano. Morì nel 1855 a Aix-les-Bains, in Savoia, e fu sepolto nel cimitero locale.

Un altro romagnolo che ha combattuto con Napoleone è Antonio Morri, l’autore del primo grande Vocabolario romagnolo-italiano, pubblicato a dispense tra il 1840 e il 1843.

Antonio Morri

Antonio Morri

Morri, primogenito di una facoltosa famiglia faentina, nacque l’11 dicembre 1793. I Morri avevano una villa nella campagna faentina, presso Merlaschio; Antonio era un bambino quando il 21 maggio 1803 Gioacchino Murat, comandante delle truppe francesi in Italia, dopo aver passato in rivista, sui prati di Merlaschio, una formazione di 15.000 uomini, fu ospite nella villa dei Morri. Dopo avere studiato nel Seminario faentino, Antonio si recò a Roma per studiare giurisprudenza; nella capitale subì il fascino delle nuove idee portate da Napoleone e decise di arruolarsi nell’Armata imperiale. Della sua partecipazione alle guerre napoleoniche sappiamo solo che, con il grado di maresciallo d’alloggio, prese parte alla battaglia di Dresda il 26 agosto 1813 e che cadde prigioniero degli austriaci.

Nel fatidico biennio 1848-1849, che portò alla creazione della Repubblica Romana, Morri apparve sulla scena politica faentina: nel gennaio 1849 entrò a far parte della Magistratura comunale e in marzo di quella degli Anziani. Ma il 18 maggio Faenza fu costretta ad arrendersi agli invasori austriaci, chiamati in aiuto dalla Santa Sede, e Morri, con altri due rappresentanti della Magistratura faentina, si recò a Castel Bolognese per discutere le condizioni della resa col maresciallo Wimpffen. Successivamente ricevette la medaglia di Sant’Elena, concessa da Napoleone III ai veterani.

PER APPROFONDIRE

A. Montanari, Gli uomini illustri di Faenza, Ditta Tipografica P. Conti, Faenza 1882-1886.

A. Mambelli, I romagnoli nelle armate napoleoniche, Cassa dei Risparmi, Forlì 1969.

C. Zaghi, L’Italia di Napoleone dalla Cisalpina al Regno, Utet, Torino 1986.

L’antico valore. Genti e terre di Romagna dalle Compagnie di Ventura al Risorgimento, a cura di R. Balzani, S. Masini, G. Rotasso, Nuova Alfa, Bologna 1993.

E. Baldini, Nevicava sangue, Einaudi, Torino 2013 (romanzo).

E. Baldini, G. Bellosi, Misteri e curiosità della Bassa Romagna, Il Ponte Vecchio, Cesena 2017, pp. 81-87.

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