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Carenza medici di famiglia. Marabini (Cure primarie Ausl Romagna): “Stiamo toccando il punto più alto della crisi”

In futuro, i nuovi medici eserciteranno nelle città e nelle Case della Salute. Le UCA e l’assistenza domiciliare garantiranno la cura della popolazione nelle frazioni

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I medici di famiglia vanno in pensione e manca il turnover. Il problema è quanto mai attuale. Ma cosa dobbiamo aspettarci nei prossimi anni? È un problema temporaneo? Qual è la soluzione? Per affrontare questo tema, che in un modo o nell’altro interessa tutti, abbiamo intervistato Mauro Marabini, direttore del Dipartimento di Cure primarie dell’Ausl Romagna che, numeri alla mano, ha delineato il quadro della situazione.

“Stiamo vivendo il momento peggiore e toccando l’apice della crisi. Mi auguro che nel prossimo futuro la situazione migliori” con queste parole, cariche di realismo e ottimismo, Marabini descrive la fase attuale e spiega le concause che concorrono, con effetto sinergico, alla carenza dei medici di medicina generale.

“Da tempo il Sistema sanitario soffre di carenza di medici. Mancano in Pronto Soccorso, in Geriatria e in altri reparti. Per quanto riguarda i medici di medicina generale, fino al 2019 la situazione era in equilibrio. Poi si sono sommate diverse situazioni. In primis, è un fatto demografico: l’età media dei medici di famiglia è molto alta e, in questo quinquennio, vi è un’elevata concentrazione di medici in età da pensione. Per cui c’è una gobba demografica dovuta all’ingresso di tanti medici negli anni ’70 e ’80 che arrivano ora a compiere dai 60 ai 70 anni”.

“Inoltre, i regolamenti del pensionamento dell’ENPAM,Ente Nazionale di Previdenza ed Assistenza dei Medici e degli Odontoiatri,consentono di andare in pensione a 62 anni d’età e 35 di contributi e quindi di anticipare l’età massima pensionabile che è di 70 anni.Perciò possiamo aspettarci che un medico vada in pensione dal compimento del 62esimo anno fino al 70esimo” chiarisce Marabini.

C’è un secondo elemento: “negli ultimi due anni, la pandemia ha modificato l’attività del medico di famiglia, aumentando enormemente il carico di lavoro. I medici di base si sono visti scaricare addosso tutta una serie di incombenze richieste dal sistema, come i tamponi, le vaccinazioni e tanta burocrazia, non semplice da gestire al computer per un medico anziano. Con il Covid nel servizio pubblico vi è stato un arruolamento straordinario, che non è stato possibile nella medicina generale. Quindi alcuni medici hanno preferito andare in pensione prima di raggiungere i 70 anni”.

A tutto ciò si somma un altro aspetto chiave: i medici di medicina generale ultra 60enni sono tantissimi mentre i 50enni o gli under 50 sono davvero pochi e ancor meno sono i neolaureati. “Il numero dei laureati di quest’anno è pari a meno della metà dei posti di Scuola di Specializzazione a cui si sommano i posti nei Corsi di formazione di medicina generale – prosegue Marabini – . Lo Stato e le Regioni hanno aumentato il numero di posti disponibili nella formazione post laurea, ma purtroppo mancano i laureati e non ci  potranno essere neppure per i prossimi 6 anni anche se oggi aumentassero gli iscritti al corso di laurea in medicina”.

Non è facile fare il quadro di quanti medici andranno in pensione nei prossimi anni. “Sappiamo quanti sono i medici che a breve compiranno 70 anni e quindi andranno sicuramente in pensione, ma non quanti, tra i 62 e i 69 hanno intenzione di terminare la carriera. Con certezza a Ravenna, da fine maggio a dicembre 2022, tre medici di famiglia andranno in pensione per il raggiungimento del limite d’età. Tre nel distretto di Lugo e un paio a Faenza. Nel 2023 saranno 4 a Faenza, 4 a Lugo e 3 a Ravenna” spiega.

Marabini prosegue con i numeri: “nel 2019 i medici di famiglia in provincia di Ravenna erano 270 e nessuno ricopriva incarichi temporanei straordinari, per sopperire a carenze nel territorio. Oggi, invece, i medici di famiglia sono circa 250 e 25 hanno anche incarichi straordinari. Inoltre la Normativa non è adeguata all’attuale situazione e fissa a 650 il numero massimo di pazienti assistiti dai medici che frequentano il corso di formazione specifica in medicina generale ai quali è stato conferito l’incarico temporaneo, in questi giorni il massimale dei “corsisti” verrà portato a 1000.

Il direttore del Dipartimento di Cure primarie chiarisce che “oggi per un medico di famiglia lavorare da solo è sempre più complicato. Per questo motivo si va nella direzione degli “Studi strutturati” in cui vi sono ambulatori di più professionisti, affiancati da infermieri e figure amministrative,che aiutino nella gestione dei pazienti e per le pratiche burocratiche, fino ad arrivare alle Casa di Comunità. La vecchia figura, sia romanzata che romantica, del medico di campagna che girava da solo per i paesi, non esisterà più” commenta Marabini.

“Sempre di più, in futuro, il medico di famiglia visiterà i pazienti nelle Case di Comunità, strutture complesse in grado di dare risposte integrate e multi disciplinari, oltre che diagnostico. Le Case di Comunità previste dal PNRR hanno 50mila abitanti come bacino di riferimento e ciò farà sparire gli ambulatori medici dalle piccole frazioni. Quest’ultimo aspetto comporta un grande cambiamento, un accentramento di funzioni che si rivelerà un miglioramento del servizio, poiché queste strutture saranno in grado di dare più risposte al paziente. La vera prossimità è assicurata dall’assistenza domiciliare, che dovrà svilupparsi al fianco delle Case di Comunità, ed è su questo che bisogna puntare per il futuro della sanità nelle piccole frazioni” prosegue.

In generale si tratta di un cambiamento radicale: perché nell’arco di pochi anni molti medici andranno in pensione e vi sarà un rinnovamento generazionale, con un impatto enorme. Inoltre la distanza generazione è di due generazioni: vanno in pensione i 70enni che saranno sostituti da corsisti che non hanno neppure 30 anni.

Alla domanda “E le USCA?” Marabini risponde: “Con la riduzione dell’epidemia, le USCA non saranno prorogate oltre il 30 giugno. I professionisti che in questi due anni hanno lavorato nelle USCA sono tutti medici di Guardia medica o medici di medicina generale con numero di assistiti ridotto o corsisti che stanno facendo il corso di formazione. Sono quindi una risorsa importante che il sistema sanitario potrebbe utilizzare, ad esempio, per le UCA ( unità di continuità assistenziale) secondo le nuove norme statali, che prevedono un medico e un infermiere collaborare assieme.

Tirando le somme, bisogna tener duro ancora per qualche anno. La carenza di medici si protrarrà per altri 5 anni ed avrà effetti molto diversi da territorio a territorio. Marabini spiega che “In una città come Ravenna, dove abbiamo 80 medici, sarà più semplice assorbire il pensionamento di tre o quattro professionisti all’anno, perché se aumenterà il massimale, anche solo di 50 assisti, riusciremmo a coprire l’assistenza medica di base per 4000 persone. Il problema si rivela più complesso nei piccoli centri del forese, con 2000 abitanti. In questo caso basta che vada in pensione un medico di famiglia e non vi sarà nessun ammortizzatore: nessun medico in sostituzione nè una struttura sanitaria del territorio”.

Complessivamente, il direttore del Dipartimento di Cure primarie dell’Ausl Romagna è “positivo”, perché sa che il Sistema Sanitario è resiliente e si riadatterà al riordino organizzativo: “Per i medici di famiglia si può prevedere un aumento della media di assisti procapite fino a 1550 (tre anni fa era di 1350 assistiti a testa). Se sarà necessario, considerando un aumento di 200 assistiti per 100 medici, riusciremo a garantire il medico a 20mila persone. Tutto ciò dovrà però prevedere un cambiamento nel lavoro dei professionisti della medicina di base, con un’organizzazione più strutturata, con attrezzature e risorse umane. Inoltre probabilmente con le nuove regole sulla formazione dei medici di medicina generale sarà consentito gli iscritti ai corsi potranno esercitare la professione, più rapidamente e in numero maggiore”.

Occorrerà accettare un profondo cambiamento dell’organizzazione del lavoro e dell’assistenza e una modifica della distribuzione territoriale degli studi, che saranno concentrati in nuclei strutturati e nelle Case della comunità” conclude.

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