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Gabriele Zelli: “La candidatura a Capitale della Cultura sia da stimolo per conservare e valorizzare il patrimonio di Forlì”

Da sempre sono convinto che la cultura possa essere uno straordinario strumento di cambiamento, in quanto è in grado di attivare e sviluppare prassi, pratiche e processi di forte impatto creativo e innovativo, nonché di favorire coesione sociale, partecipazione e promuovere cittadinanza attiva. Per questo, fin da subito, ho sostenuto che sia stato un atto più che positivo candidare Forlì, unitamente a Cesena e agli altri Comuni del terremoto provinciale, a Capitale della cultura italiana 2028.

Il fatto che il progetto presentato dalle istituzioni locali abbia superato una prima selezione è da considerare un’affermazione che avrà comunque esiti favorevoli. Soprattutto per realtà che non sono abituate a valutare il ritorno economico degli investimenti in questo settore. Lo fa solamente la Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì quando presenta i risultati delle grandi mostre sotto l’aspetto del numero dei visitatori e della ricaduta che l’investimento ha generato sul territorio. Invece la cultura va considerata come una risorsa economica strategica che genera valore attraverso industrie creative, turismo, innovazione e sviluppo territoriale, fungendo da motore di crescita sostenibile e di creazione di posti di lavoro, trasformando beni e simboli in indicazioni per l’economia moderna e valorizzando patrimoni storici e contemporanei.

Dopo questo primo risultato deve essere rinvigorito di contenuti il dibattito che si è sviluppato in questi mesi attorno alla proposta di candidatura, per superare definitivamente il concetto che il binomio cultura-economia sia da considerare con sospetto, se non con disprezzo, fino a qualche tempo fa. Bisogna ribaltare tale giudizio negativo, accrescendo la conoscenza di un fenomeno – la cultura – assolutamente pervasivo di ogni attività umana.

Secondo i risultati di studi approfonditi, le politiche culturali si possono dividere in alcune categorie funzionali, come la conservazione del patrimonio culturale e la produzione di cultura in un ambito positivo; al contrario, ci possono essere modelli che tendono a comportamenti negligenti di non valorizzazione o, peggio ancora, di distruzione tangibile.

Ci sono state e continuano ad esserci fasi storiche durante le quali i popoli, o alcune loro parti, deliberatamente decidono di distruggere le proprie maggiori opere d’arte o il proprio stesso patrimonio culturale. Durante guerre, rivoluzioni e periodi coloniali, città storiche sono state saccheggiate e spogliate dei loro capolavori, interi musei depredati e trasformati in bottino di guerra, mentre importanti monumenti furono distrutti. Insomma, la cultura o la si conserva o la si produce, oppure la si trascura o la si distrugge, secondo un modello incivile. Noi dobbiamo fare di tutto operando la conservazione e la valorizzazione del patrimonio delle nostre città, avendo presenti due aspetti: da una parte il mantenimento dell’integrità originaria dell’opera d’arte (restauro e manutenzione), dall’altra il recupero funzionale di antichi palazzi ed edifici per esporre, in modo originale e moderno, quanto si detiene e si è accumulato nel corso dei secoli.

La politica di conservazione in Italia fu avviata nel 1624 a Roma, quando un provvedimento del cardinale Ippolito Aldobrandini individuò un primo elenco di opere da tutelare e conservare come parte vitale del patrimonio storico. Nella nostra città possiamo individuare tale proposito con la costituzione della Pinacoteca civica verso la fine dell’Ottocento e successivamente con l’istituzione di diversi musei. Purtroppo, da tempo, gran parte dei musei cittadini sono sprofondati in un vortice regressivo che li vede chiusi, senza una prospettiva a breve di un vero rilancio.

La candidatura di Forlì a Capitale della cultura italiana 2028 deve essere lo stimolo per avere un programma e un progetto di recupero e valorizzazione di questo patrimonio. Dopo aver stilato un programma credibile da questo punto di vista, che non può essere confuso con l’elenco triennale degli investimenti degli enti locali, si deve passare a individuare gli edifici da recuperare per la loro valorizzazione e, nel contempo, per dare un contenitore ai musei. Il tutto deve essere accompagnato da un’elaborazione prospettica per capire di quanto dovrà aumentare il personale che si occupa di tutto ciò e quali caratteristiche e formazione professionale dovrà avere, personale che andrebbe inserito fin da ora negli organici degli enti preposti.

Da osservatore, mi pare che le idee in proposito siano alquanto labili e confuse.

Che dire poi della conservazione del patrimonio cittadino, da intendere come gestione e valorizzazione adeguate dell’opera d’arte? Ritengo che conservare senza valorizzare rappresenti un grosso limite, anzi un segno di regresso. Gli esperti sostengono che il metodo e il modello della conservazione debbano guardare al futuro, pur ispirandosi al passato per rafforzare l’identità storica. A tale proposito sorge una domanda: esiste un piano per mantenere il valore del patrimonio culturale accumulato che non si limiti a interventi sporadici? Ci sono progetti di restauro delle tante e preziose carte del Fondo Piancastelli? E delle preziose tele esposte ancora in Palazzo Merenda, che un domani saranno trasferite ai Musei San Domenico? E di quelle che si trovano nei depositi? E di tutti i reperti archeologici che dovranno avere una loro appropriata sede espositiva? E delle antiche e belle ceramiche della collezione forlivese?

Ancora una volta, da osservatore, vedo che le attività dei restauratori diminuiscono invece di crescere; ciò significa che non c’è investimento né pubblico né privato in questo settore.

Un altro capitolo da affrontare è quello della produzione di cultura, che vuol dire sostenere le vecchie espressioni d’arte nella loro forma tangibile (monumenti, musei, archivi, biblioteche e reperti archeologici), ma soprattutto le nuove, quelle che potremmo definire intangibili (cinema, fotografia, musica, pittura, teatro, festival, tutela del paesaggio, ecc.) e materiali (arti decorative e design). Si tratta di capire come garantire un elevato tasso sociale di creatività e di produzione culturale; come usare la cultura per migliorare la qualità sociale; come trattare l’aumento della componente intellettuale e intangibile dei beni e dei servizi prodotti in una realtà locale che le nuove tecnologie informatiche impongono di confrontare con il resto del mondo in tempo reale.

Anche in questo caso vedo una situazione alquanto nebulosa, a cui spesso concorrono associazioni e realtà culturali troppo spesso ancorate al proprio piccolo orticello. Affrontare la questione con serietà significherebbe elevare ulteriormente il tenore di vita delle nostre realtà e creare occupazione rivolta ai giovani in ambiti che quotidianamente hanno a che fare con l’innovazione e che, quindi, sono capaci di confrontarsi con le nuove tendenze che pervadono tutti i Paesi.