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Cinquant’anni di giornalismo per Davide Buratti: una vita spesa per l’informazione, tra radio, tv e giornali

Dal primo intervento in radio, a 18 anni, per raccontare la morte dei piloti Paolo Tordi e Otello Buscherini al Mugello, fino ai decenni trascorsi tra cronaca nera, politica, sport e direzione di redazioni: il 16 maggio 2026 Davide Buratti, che oggi continua il suo impegno nel mondo giornalistico collaborando con Cesenanotizie, festeggia cinquant’anni di carriera. Un percorso attraversato sempre con lo stesso approccio: stare in strada, cercare le notizie, costruire relazioni, consumare le scarpe prima della tastiera.

Debuttò il 16 maggio 1976 a Radio Cesena Adriatica, una delle prime emittenti libere romagnole. «Mi misero davanti al microfono e cominciai a parlare – racconta –. Fu una notizia pesante, ma capii subito che probabilmente potevo essere adatto a questo mestiere». All’epoca aveva appena 18 anni e il giornalismo gli sembrava «qualcosa di inarrivabile». Eppure, già alle medie, aveva fondato con alcuni amici un giornalino parrocchiale dal titolo “Lo scherzo”, primo segnale di una passione destinata a diventare professione.

Da quel momento la sua carriera attraversa praticamente tutti i settori dell’informazione: radio, televisione, quotidiani, periodici e online. Ha collaborato con Radio Cesena Adriatica, Radio Colonna di Bertinoro, Radio Rimini e Radio Zero di Ravenna, occupandosi soprattutto di radiocronache calcistiche. In televisione l’esperienza a Tele San Marino e soprattutto a Videoregione di Forlì, dove ha guidato anche la redazione giornalistica, prima di tornare anni dopo, da pensionato, nella trasmissione quotidiana “A Treb”.

Nel mondo della carta stampata il suo nome è legato alle “Gazzette” all’epoca messe in piedi dall’imprenditore Edoardo Longarini: quella di Cesena e di Rimini prima, dove si è occupato di cronaca nera e giudiziaria, il settore che più lo ha appassionato.

Fino all’approdo al Corriere Romagna, quotidiano di cui fu uno dei quattro fondatori insieme a Claudio Casali, Edo Ottaviani e Federico Fioravanti: «Nel gennaio del 1993 le Gazzette chiusero e noi ci trovammo senza lavoro – ricorda –. Potevamo andare altrove, invece decidemmo di fondare una cooperativa e creare il Corriere Romagna. Senza soldi, praticamente in otto mesi riuscimmo ad uscire in edicola. Fu un miracolo».

Per vent’anni Buratti ha guidato la redazione cesenate del quotidiano, cercando di costruire «un giornale identitario», molto legato al territorio.

«Era il vero giornalismo – dice –, la redazione e la strada erano la vera scuola. La mattina passavo dal posto di polizia del Pronto Soccorso, poi in tribunale, parlavo con avvocati, magistrati, poliziotti. Le notizie non te le regalava nessuno: bisognava cercarle».

Un mestiere fatto di telefonate notturne, corse sui luoghi dei delitti e rapporti costruiti nel tempo. «Nella cronaca nera e giudiziaria le fonti non vogliono parlare. Devi conquistarti la loro fiducia e soprattutto rispettarla». È anche grazie a questo metodo che riuscì a realizzare scoop importanti negli anni delle indagini sulla banda della Uno Bianca. Racconta ancora oggi l’intervista esclusiva al pubblico ministero Roberto Sapio, che gli confidò di sospettare il coinvolgimento di “organi deviati dello Stato” dietro le azioni della banda.

«Il giorno dopo uscimmo con quell’intervista e mi chiamarono i carabinieri alle nove del mattino. Era arrivato un generale da Roma per risponderne», racconta sorridendo.

Tra gli episodi che ricorda con più orgoglio c’è anche la scelta di pubblicare una notizia delicata sulla Cassa di Risparmio di Cesena nonostante le pressioni ricevute. «Mi dissero: vi ricordate che avete un fido in scadenza? Ma io in quel momento non ragionavo da consigliere di amministrazione del giornale: ragionavo da giornalista».

Un modo di vivere il mestiere che oggi, secondo Buratti, è diventato sempre più difficile. «Io sono stato uno degli ultimi fortunati a divertirsi davvero facendo questo lavoro. Oggi ci sono meno soldi, meno persone, tutto è più veloce e spesso si vive di comunicati stampa. Una volta si usciva dalla redazione e si tornava la sera. Se in passato ho stimolato i giovani a seguire questa carriera, oggi sarei più prudente e li metterei chiaramente al corrente di tutti i limiti e le difficoltà che ci sono».

Dal 1991 giornalista professionista, Buratti ha scritto anche tre libri: i romanzi “Un amore diverso” e “Inferno e paradiso”, quest’ultimo incentrato proprio sulla figura di un giornalista, e il saggio “Vent’anni a Cesena”. Ha inoltre partecipato alla realizzazione di tre volumi di racconti brevi destinati a raccogliere fondi per il restauro dei manoscritti della Biblioteca Malatestiana.

Negli anni si è impegnato anche nell’attività sindacale: prima nel Comitato di redazione delle Gazzette e oggi nel direttivo dell’Associazione Stampa Forlì-Cesena, dove è al secondo mandato.

Nonostante la pensione, arrivata nel 2014, Buratti continua a collaborare con Cesenanotizie e come opinionista per Visione Cooperativa. Per lui, in fondo, il giornalismo resta una condizione permanente. «Il giornalista lo fai ventiquattr’ore al giorno. Quando vedi una notizia, qualcosa dentro continua a muoversi».

Il traguardo dei cinquant’anni sarà celebrato in modo semplice, con un brindisi insieme ad alcuni colleghi e amici di sempre del Corriere Romagna. Nessuna grande cerimonia, solo il desiderio di ritrovare quel clima di redazione che ha accompagnato una vita intera.

Perché, come ripete lui stesso, «il giornalismo è stata la mia vita e di essere giornalista non si smette mai».