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Rinnovabili in Emilia-Romagna, approvata la legge sulle aree idonee. Tetto agli impianti nelle aree agricole. Critiche dagli ambientalisti

Interporti, cave ripristinate, siti bonificati, aree produttive, rotatorie stradali e spazi portuali. Sono alcune delle superfici individuate dalla nuova legge regionale sulle aree idonee all’installazione di impianti da fonti rinnovabili approvata dall’Assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna.

Il provvedimento recepisce il quadro nazionale previsto dal decreto legislativo 190 del 2024 e definisce il nuovo assetto regionale per lo sviluppo delle energie rinnovabili, con l’obiettivo di contribuire al raggiungimento dei target energetici fissati per l’Emilia-Romagna: 6,3 gigawatt di nuova potenza entro il 2030, con un potenziale stimato di circa 10 GW.

La legge è il risultato di un percorso avviato all’interno del Patto per il Lavoro e per il Clima e sviluppato attraverso confronti con enti locali, categorie economiche, associazioni e portatori di interesse.

“Con questa legge l’Emilia-Romagna compie un passo decisivo verso la transizione energetica – dichiarano il relatore di maggioranza Luca Sabattini e il capogruppo del Partito Democratico Paolo Calvano – definendo regole chiare e criteri certi per lo sviluppo delle energie rinnovabili, coniugando gli obiettivi ambientali con la tutela del paesaggio, dell’agricoltura di qualità e delle comunità locali”.

Sulla stessa linea anche l’assessora regionale all’Ambiente Irene Priolo, che parla dell’avvio di “una nuova fase”: “Dopo un lungo percorso si apre ora la fase dell’attuazione. La sfida è tenere insieme ambiente e sviluppo, sostenendo la competitività del sistema produttivo e riducendo la dipendenza energetica”.

La Regione punta infatti a concentrare gli impianti soprattutto in aree già urbanizzate o compromesse. “La scelta politica che abbiamo compiuto – aggiungono Sabattini e Calvano – è quella di privilegiare innanzitutto tetti di capannoni, parcheggi, aree produttive, cave ripristinate, interporti e siti da bonificare. Vogliamo un modello di sviluppo energetico sostenibile e integrato con il territorio”.

Tra le novità principali della norma ci sono i limiti fissati all’utilizzo delle aree agricole. L’installazione di impianti non potrà interessare più dell’1,5% della Superficie agricola utilizzata a livello regionale e il 2,5% della Sau comunale, salvo eventuali deroghe deliberate dai singoli Comuni.

Nelle aree interessate da colture certificate, biologiche, Dop e Igp saranno consentiti esclusivamente impianti agrivoltaici e geotermici compatibili con la prosecuzione dell’attività agricola. “Abbiamo costruito una norma equilibrata – spiegano ancora gli esponenti Pd – che protegge le eccellenze agroalimentari emiliano-romagnole e introduce criteri rigorosi per l’agrivoltaico, imponendo il mantenimento della produttività agricola e controlli periodici per evitare fenomeni speculativi”.

La legge introduce inoltre strumenti di monitoraggio regionale, misure compensative per i territori interessati dagli impianti, norme contro il frazionamento artificioso dei progetti e criteri specifici per eolico, biogas, biometano, idroelettrico e sistemi di accumulo.

Prevista anche l’istituzione di un tavolo regionale di coordinamento dedicato allo sviluppo delle rinnovabili e delle infrastrutture energetiche, mentre particolare attenzione viene riservata all’autoconsumo e alle Comunità energetiche rinnovabili.

“L’obiettivo – concludono Sabattini e Calvano – è accompagnare la crescita delle energie rinnovabili con regole trasparenti, certe e sostenibili. L’Emilia-Romagna vuole essere protagonista della sfida climatica senza rinunciare alla qualità del paesaggio, alla forza del sistema agricolo e alla competitività del tessuto produttivo”.

Ma il testo approvato continua a dividere il fronte ambientalista. Dure le critiche arrivate da Rete Emergenza Climatica e Ambientale Emilia-Romagna e Assemblea Movimenti Ambientalisti e Sociali, secondo cui la legge sarebbe “insufficiente e inadeguata” rispetto alle esigenze della transizione ecologica.

Le due realtà contestano in particolare l’innalzamento delle quote di Sau utilizzabili rispetto all’1% richiesto dagli ambientalisti, la tutela ritenuta insufficiente delle aree paesaggistiche e naturalistiche, la mancanza di vincoli più stringenti sugli impianti fotovoltaici e biometano e soprattutto l’assenza di strumenti concreti di partecipazione dei cittadini e dei comitati nei processi decisionali.

“Rimane aperta la possibilità di intervenire attraverso il nuovo Piano energetico regionale – spiegano RECA e AMAS – che dovrà costruire una reale pianificazione partecipata fondata sull’idea dell’energia come bene comune”.