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Porti. Bakkali (PD): “Salvini aggiunge confusione alla confusione. Dopo Porti d’Italia Spa ora inventa un nuovo livello di centralizzazione. E intanto Ravenna continua ad aspettare”
La deputata del Pd Ouidad Bakkali

Il vice presidente del Consiglio Matteo Salvini ha dichiarato: “Propongo che quella di Bari sia l’Autorità che coordini tutte e sei le Autorità portuali dei 900 chilometri di costa dell’Adriatico”. E ancora: “Un coordinamento affidato a Bari consentirebbe di valorizzare in maniera più efficace le potenzialità dell’intero sistema portuale lungo la dorsale adriatica interessata, favorendo una programmazione condivisa degli investimenti e una maggiore integrazione tra gli scali, pur nel rispetto dell’autonomia delle singole Autorità di sistema portuale”.

“Le dichiarazioni del ministro Salvini da Bari – afferma la deputata del Pd Ouidad Bakkali – certificano la totale confusione che regna nel Governo sulla riforma della governance portuale. Mentre il Parlamento sta esaminando un disegno di legge che già concentra risorse, investimenti e poteri in una nuova società nazionale, Porti d’Italia Spa, il ministro annuncia ora un ulteriore livello di coordinamento affidato a Bari per i porti dell’Adriatico. È difficile comprendere quale sia il disegno complessivo, se esiste.
Il Governo chiede al Parlamento di approvare una riforma che sottrae alle Autorità di sistema portuale risorse economiche e capacità di programmazione strategica, salvo poi immaginare nuove strutture di coordinamento territoriale che finiscono per sovrapporsi a quelle già previste. Si moltiplicano gli organismi, ma non si chiarisce chi decide cosa, con quali responsabilità e secondo quali criteri.

La domanda è semplice: se la programmazione degli investimenti dovrà essere affidata a Porti d’Italia Spa, perché creare un ulteriore centro di coordinamento a Bari? E sulla base di quale valutazione si attribuisce proprio a Bari un ruolo sovraordinato rispetto agli altri porti dell’Adriatico? Sono interrogativi ai quali il ministro dovrebbe rispondere prima di continuare ad annunciare nuove architetture istituzionali.
Sul punto abbiamo presentato un’interrogazione a prima firma Bakkali al ministro Salvini per chiedere di chiarire quali siano il fondamento normativo e il disegno complessivo e di chiarire se intenda davvero introdurre un nuovo livello di coordinamento, con quali competenze e come tale scelta sia compatibile con l’autonomia riconosciuta alle Autorità di sistema portuale dalla normativa vigente.
Quello che emerge è un impianto sempre più confuso e farraginoso: meno autonomia per le Autorità di sistema portuale, meno capacità di programmazione dei territori e una crescente proliferazione di strutture e sovrastrutture. Esattamente il contrario della semplificazione di cui il sistema logistico e portuale italiano avrebbe bisogno.

Mentre il Governo immagina nuovi centri di potere e nuove catene di comando, i territori aspettano risposte. La notizia dello sblocco dei 100 milioni di euro per le infrastrutture del porto di Ancona è certamente positiva: ogni investimento sulla portualità italiana è un investimento per la competitività del Paese. Ma proprio questa decisione rende ancora più inspiegabile il fatto che Ravenna continui ad attendere risorse e risposte per il completamento di opere strategiche indispensabili per lo sviluppo del nostro porto, dal rifacimento delle banchine ai dragaggi, dalla manutenzione delle dighe foranee al potenziamento delle connessioni infrastrutturali.
Colpisce, però, che pochi giorni dopo la nomina del nuovo presidente dell’Autorità portuale di Ancona, vicino alla Lega di Salvini e Rixi, arrivino anche risorse attese da tempo, mentre altri scali strategici continuano a rimanere in attesa. È una coincidenza che alimenta interrogativi e rafforza la richiesta di criteri trasparenti e oggettivi nell’assegnazione dei finanziamenti. Gli investimenti per i porti non possono dipendere da logiche politiche o da equilibri di maggioranza, ma devono seguire le priorità infrastrutturali e l’interesse nazionale.

È una preoccupazione che avevamo già espresso durante l’esame della riforma e che oggi diventa ancora più concreta. Se già adesso assistiamo a decisioni che sollevano dubbi sulla trasparenza dei criteri con cui vengono distribuite le risorse, cosa accadrà domani quando investimenti e programmazione saranno concentrati in un unico soggetto nazionale? È questo l’antipasto della Porti d’Italia Spa?
A confermare che queste non sono preoccupazioni di parte è anche la presa di posizione del Tavolo provinciale delle associazioni imprenditoriali di Ravenna che rappresenta il sistema produttivo e logistico del territorio. Le imprese hanno espresso con chiarezza il timore che una riforma ispirata a una logica di accentramento finisca per aumentare la burocrazia, rallentare i processi decisionali e indebolire quella capacità di programmazione che ha consentito al porto di Ravenna di crescere, attrarre investimenti e sviluppare un modello riconosciuto a livello nazionale.

Condivido pienamente la richiesta avanzata dal Tavolo: una riforma di questa portata non può essere scritta senza ascoltare i territori, le Autorità di sistema portuale, gli operatori e le rappresentanze economiche. Ravenna è un caso unico nel panorama italiano, con un modello di sviluppo fondato sulla collaborazione tra pubblico e privato che ha prodotto risultati concreti, come dimostrano anche la crescita dei traffici e l’impegno concreto e condiviso sul fronte della sicurezza del lavoro in porto. Sono elementi che non possono essere sacrificati in nome di un modello centralizzato e confusionario.
Per questo continueremo a chiedere che il Governo fermi questa riforma e apra un confronto vero con i territori. Le Autorità di sistema portuale vanno rafforzate, non svuotate; il rapporto tra porto e territorio va preservato, non sostituito da nuovi livelli decisionali lontani dalle realtà locali. Una riforma efficace deve valorizzare le peculiarità dei singoli scali e renderli più competitivi, non omologarli dentro un sistema sempre più centralizzato e burocratico.
I porti italiani competono in uno scenario internazionale sempre più complesso e hanno bisogno di regole chiare, governance efficiente, investimenti certi e decisioni fondate su priorità oggettive. Il Governo, invece, sembra impegnato a costruire un sistema in cui aumentano i livelli decisionali, si accentrano i poteri e si indebolisce il ruolo delle Autorità di sistema portuale. Più che una riforma, rischia di essere un gigantesco esercizio di confusione istituzionale che finirà per penalizzare i territori e rendere il sistema portuale italiano meno competitivo.”