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Crisi idrica, Legambiente: «Prima l’acqua per la Romagna, poi le piscine per i turisti»
IMMAGINE DI REPERTORIO

Il Po ai minimi, il cuneo salino che risale i fiumi, la pioggia che manca e le campagne che chiedono sempre più acqua. In Emilia-Romagna l’estate riporta al centro il problema della disponibilità della risorsa idrica e, secondo Legambiente, impone di ripensare anche alcune scelte che riguardano il turismo romagnolo.

L’associazione lancia l’allarme sulla situazione del bacino del Po e guarda in particolare alla Romagna, dove la scarsità d’acqua rischia di avere ripercussioni sull’agricoltura e sugli ecosistemi fluviali. Nel mirino finisce anche Rimini, dove si discute della variante al Piano dell’arenile che prevede, tra le altre cose, la possibilità per le cosiddette “micro-aggregazioni” di stabilimenti balneari di realizzare biopiscine fino a 100 metri quadrati e terrazze panoramiche. Per Legambiente è il momento di interrogarsi sulle priorità.

Il dato più evidente arriva dal Po. A Pontelagoscuro, nel Ferrarese, la portata è scesa a circa 313 metri cubi al secondo, contro una media storica di circa 1.500. L’Autorità di bacino ha innalzato la severità idrica da “media” ad “alta” e il cuneo salino è arrivato a circa 25 chilometri dalla foce.

Una situazione che non riguarda soltanto il grande fiume. Secondo Legambiente, fenomeni analoghi interessano anche diversi corsi d’acqua della Romagna, dal Bevano al Lamone, dal Savio al Reno, con possibili conseguenze sull’agricoltura e sulla qualità delle risorse idriche.

A complicare il quadro ci sono le condizioni meteorologiche. I dati Arpae relativi a giugno indicano in Emilia-Romagna una media di appena 27,9 millimetri di pioggia, contro i 79,8 millimetri del periodo 1991-2020: oltre il 75% in meno. Nello stesso periodo, la richiesta di acqua per l’irrigazione da parte delle aziende agricole è aumentata, secondo le stime Arpae, di circa il 40% rispetto alla media.

In questo scenario, Legambiente contesta l’idea di affrontare la crisi puntando soprattutto su nuove infrastrutture.

L’associazione richiama in particolare il dibattito in corso in Romagna su un nuovo invaso, ricordando il ruolo della diga di Ridracoli, realizzata nel 1982 e ancora oggi fondamentale per l’approvvigionamento idropotabile di una parte consistente del territorio regionale. L’infrastruttura ha una capacità di circa 33 milioni di metri cubi.

È inoltre allo studio un nuovo canale di derivazione di circa 1,2 chilometri per trasferire acqua dal fiume Rabbi alla diga di Ridracoli, in un’area compresa nel Parco nazionale delle Foreste Casentinesi.

Per Legambiente, però, il tema non può essere affrontato semplicemente aggiungendo nuove opere: occorre prima capire quanta acqua sarà effettivamente disponibile nei prossimi decenni e come distribuirla tra comunità, agricoltura, attività economiche ed ecosistemi.

Nel mirino anche le piscine negli stabilimenti di Rimini

Ed è qui che entra in gioco il turismo. L’associazione punta i riflettori sulla variante al Piano dell’arenile di Rimini, che consentirebbe anche alle micro-aggregazioni di stabilimenti balneari di realizzare biopiscine fino a 100 metri quadrati. “Non siamo contrari al turismo, alla riqualificazione degli stabilimenti balneari o alla possibilità di innovare l’offerta turistica – dichiara Francesco Occhipinti, direttore di Legambiente Emilia-Romagna – ma davanti a una crisi climatica, che sta rendendo l’acqua una risorsa sempre più scarsa, dobbiamo avere il coraggio di stabilire delle priorità”.

Per Occhipinti, “mentre il Po è in sofferenza, il cuneo salino avanza e agli agricoltori viene chiesto di fare i conti con il blocco dei prelievi, autorizzare nuove piscine sul litorale di Rimini appare una scelta quantomeno miope”.

Legambiente precisa di non voler mettere in discussione il turismo, ma chiede che ogni nuova domanda di acqua venga valutata all’interno di una pianificazione complessiva, considerando consumi, riempimento e reintegro delle piscine, evaporazione e costi energetici.

“Il paradosso – commenta Occhipinti – sarebbe progettare piscine per rinfrescare i turisti mentre il territorio circostante soffre per la mancanza d’acqua”.

Per l’associazione, dunque, la crisi idrica dovrebbe diventare l’occasione per cambiare approccio: manutenzione e ammodernamento delle reti, recupero e riuso delle acque, sistemi di accumulo sostenibili e una gestione basata sulla reale disponibilità della risorsa. “Non possiamo affrontare la crisi climatica alternando annunci di nuove dighe, nuovi invasi, nuovi canali e nuove strutture turistiche senza una strategia complessiva”, conclude Occhipinti.

E la questione, per Legambiente, riguarda direttamente la Romagna: non si tratta di scegliere tra turismo e ambiente, ma di capire come rendere il modello turistico compatibile con un clima nel quale l’acqua non può più essere considerata una risorsa inesauribile.