Dal Giappone degli Impressionisti al manga: presentata “Visioni d’Oriente”, la grande mostra 2027 di Forlì
C’è un Giappone che, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, cambia il modo in cui l’Occidente guarda il mondo. Entra nei quadri degli Impressionisti, nelle tele dei postimpressionisti, nelle arti decorative, nei gioielli e nel manifesto moderno. Poi attraversa il Novecento e arriva fino all’immaginario contemporaneo, al manga, all’animazione e al cinema. È questo il lungo viaggio al centro di “Visioni d’Oriente. Giappone e Giapponismo dagli Impressionisti al Manga”, la grande mostra che il Museo Civico San Domenico di Forlì ospiterà dal 19 febbraio al 27 giugno 2027. L’esposizione è organizzata dalla Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì, in collaborazione con l’Amministrazione comunale, e rappresenta il nuovo appuntamento del percorso espositivo che da anni ha trasformato il San Domenico in uno dei principali luoghi italiani di produzione e divulgazione della storia dell’arte.
L’anteprima della mostra è stata presentata ieri sera a Cervia, secondo una consuetudine ormai consolidata. La direzione è affidata a Gianfranco Brunelli; la curatela è di Rossella Menegazzo, Giovanni Gamberi e Francesco Parisi, con la collaborazione di Matthew Winterbottom ed Enrico Colle. Cristina Acidini è presidente del comitato scientifico.
Il punto di partenza è la riapertura del Giappone all’Occidente, dopo oltre due secoli di isolamento. A metà dell’Ottocento, quel mondo fino ad allora lontano e quasi leggendario comincia a entrare con forza nella cultura europea, soprattutto in Francia. Nasce così il termine “Giapponismo”, utilizzato per la prima volta dal critico Philippe Burty tra il 1872 e il 1873 per definire l’influenza dell’arte e dell’estetica giapponese sui movimenti artistici europei.
Non si trattò, però, di una semplice moda esotica. Le stampe giapponesi, e in particolare le ukiyo-e, proposero agli artisti occidentali un modo radicalmente diverso di costruire l’immagine. Cambiarono la percezione del colore, dello spazio, della composizione. Il colore poteva essere piatto, puro, privo delle tradizionali modulazioni chiaroscurali; la prospettiva poteva essere abbandonata a favore di una superficie organizzata attraverso rapporti cromatici e ritmici; il soggetto poteva essere tagliato, decentrato, osservato da un punto di vista inatteso. Una vera rivoluzione dello sguardo.
La diffusione di queste immagini fu favorita dalle Esposizioni Universali — il Giappone partecipò già a quella di Londra del 1862 —, dall’apertura di negozi specializzati in oggetti dell’Estremo Oriente e dalla circolazione di pubblicazioni come Le Japon artistique, la rivista fondata e curata dal collezionista e mercante Samuel Bing tra il 1888 e il 1891.
Fu soprattutto la pittura impressionista a raccogliere quella sfida. Gli artisti guardarono alle stampe giapponesi per la loro idea di natura, per la luminosità dei colori, per i contorni più netti, per la libertà con cui venivano disposti i piani e per quei tagli compositivi che rompevano con la tradizione accademica.
Gli Impressionisti fecero proprie le linee rapide e le inquadrature asimmetriche. I postimpressionisti andarono oltre, trasformando la lezione giapponese in una ricerca personale. Gauguin e i Nabis, in particolare, furono attratti dall’uso del colore come superficie autonoma, decorativa e simbolica, sulla scia di maestri dell’ukiyo-e come Hokusai, Utamaro e Hiroshige.
Ma la traccia del Giappone non si fermò alla pittura. Il Giapponismo attraversò le arti decorative e raggiunse il vetro di Émile Gallé, dei fratelli Daum e di Tiffany, così come la gioielleria di René Lalique e Philippe Wolfers. Il fenomeno si diffuse rapidamente oltre i confini francesi, diventando un linguaggio internazionale e coinvolgendo artisti di tutta Europa e degli Stati Uniti.
È proprio questa ampiezza a costituire uno degli assi della mostra forlivese. Dal Giappone alla Francia di Paul Gauguin, Henri de Toulouse-Lautrec, Pierre Bonnard, Paul Ranson ed Émile Gallé, dal Belgio di James Ensor all’Olanda di Vincent van Gogh, dall’Austria di Gustav Klimt e Koloman Moser alla Boemia di Alphonse Mucha, fino all’Inghilterra di Albert Moore e all’Italia di Giuseppe De Nittis, Galileo Chini, Plinio Nomellini e Giacomo Balla.
Un capitolo particolare sarà dedicato proprio agli italiani che si confrontarono con il Giappone, a partire dagli artisti attivi a Parigi, come De Nittis e Boldini, per seguire le diverse declinazioni che la suggestione orientale assunse nella cultura artistica italiana.
Il Giapponismo, dunque, non sarà raccontato come un semplice capitolo della storia dei rapporti fra Oriente e Occidente, né come un repertorio di motivi esotici. La mostra intende leggerlo come uno dei dispositivi che contribuirono alla nascita della modernità artistica: una forza capace di mettere in crisi il paradigma rappresentativo tradizionale e, allo stesso tempo, di accelerare trasformazioni che erano già in corso.
Ed è qui che il percorso del San Domenico compie il salto verso il presente. Perché la storia iniziata con le stampe che arrivavano dall’arcipelago giapponese non si esaurisce nelle avanguardie di fine Ottocento. La stessa capacità di costruire immagini, personaggi, atmosfere e mondi attraverso inquadrature, colori, sintesi e ritmi visivi continua a parlare al pubblico contemporaneo.
Da Hokusai al manga, dunque, il filo non è soltanto cronologico. È soprattutto un filo fatto di immagini e di sguardi: il modo in cui il Giappone ha influenzato l’Occidente e, al tempo stesso, il modo in cui l’Occidente ha continuato a reinventare quella suggestione.
“Visioni d’Oriente” proverà così a raccontare oltre un secolo di scambi culturali attraverso una domanda ancora profondamente attuale: quanto può cambiare il nostro modo di vedere quando impariamo a guardare attraverso gli occhi di un’altra cultura?
La risposta arriverà al San Domenico, dal 19 febbraio al 27 giugno 2027.






